Il mistero del bosco sacro di Nemi

Il lago di Nemi è un bacino di origine vulcanica situato fra i colli Albani, nell'area dei Castelli Romani. Già durante l'antichità il lago era un apprezzatissimo luogo di divertimento e villeggiatura, scelto dalle famiglie nobili romane per le loro vacanze. In prossimità dello specchio d'acqua sorgevano anche un antichissimo luogo di culto e un bosco sacro, entrambi dedicati alla dea Diana, protettrice della caccia. Nemi, infatti, prende il nome dal Nemus Dianae, la zona boschiva dedicata alla dea, presso la quale più tardi fu costruito anche un edificio a lei consacrato, il cosiddetto tempio di Diana, originariamente situato sulle sponde del lago e oggi distante qualche centinaio di metri a causa della diminuita capacità del bacino. L'importanza storica di questo posto è confermata dalla ricchezza dei ritrovamenti archeologici. A distanza di secoli, questo luogo meraviglioso è ancora intriso di leggenda e mistero, caratteristica questa, che renderà ancor più interessante un'eventuale visita in loco. Pronti a scoprire il mistero del bosco sacro di Nemi?

Il bosco di Nemi
Nemi è uno splendido borgo situato in provincia di Roma, sulle pendici dei colli che cingono il lago, nel cuore dell'area dei Castelli Romani. Ubicato nel cuore dei Colli Albani ad oltre 500 metri sul livello del mare, è il comune più piccolo dell'area dei Castelli Romani, reso celebre dalla coltivazione delle fragole e dalla relativa sagra, che ha luogo ogni anno nel mese di giugno. Il centro storico è collocato in posizione panoramica sullo specchio d'acqua ed è noto anche per essere stato il luogo del ritrovamento delle due navi celebrative di Caligola, conservate nel Museo delle Navi Romane fino alla loro distruzione nel 1944. L'etimologia del termine Nemi rievoca il Nemus Dianae e, al contempo, la parola di origine celtica "nemeton", termine con cui le popolazioni nord europee indicavano i luoghi sacri. La matrice comune delle due parole ha quindi ispirato una ricerca volta ad indagare gli eventi che qui si svolgevano e la magia che permeava questo luogo. La bellezza prorompente della natura che avvolge il lago ammalia da secoli ogni visitatore, sebbene in pochi siano a conoscenza del mistero che circonda questo luogo ameno. Dal passato più remoto fino a tutto l'alto Medioevo, tra i fitti boschi che ammantano le sponde del lago, si è protratto un rituale segreto le cui radici affondano nell'antica cultura animista e pagana preromana. A svelare un po' del mistero che cingeva il lago e il suo bosco è una leggenda locale, che narra la quotidiana frequentazione della dea Diana Nemorensis, la quale amava specchiarsi nelle acque del lago. Del luogo di culto a lei consacrato si sa molto poco: l'unica notizia storiografica certa è quella riportata da Catone il Vecchio, che fissa la fondazione del tempio nel 495 a.C. Nell'area del tempio furono trovate, insieme a molti frammenti di fiaccole, alcune statuette di bronzo che raffigurano la dea con una torcia nella mano destra. Ciò consente di dedurre che nel culto della dea il fuoco rivestisse una grande importanza simbolica. Il 13 agosto in suo onore si teneva anche una Festa del Fuoco, molto simile a quelle organizzate dalle culture celtiche nord europee svolte in occasione dei Solstizi e di altre ricorrenze particolari. Durante il rito l'intero bosco veniva illuminato dalle torce che si riflettevano nel lago e i devoti lasciavano le loro offerte davanti al Fuoco Sacro custodito nel Tempio. In epoca monarchica sull'altra estremità della Via Sacra, nel Foro Boario a Roma, fu costruito un sacello dedicato a Diana, all'interno del quale le Vestali custodivano il Fuoco Sacro perenne. E tutto ciò fa presupporre la straordinaria importanza che il culto di Diana aveva presso i romani. Col passare del tempo, la dea Diana assunse altri significati, compreso l'auspicio di abbondanza e fertilità. Pertanto, il santuario era meta di pellegrinaggio di centinaia di donne, che vi si recavano con una fiaccola accesa e nella speranza che la dea potesse aiutarle a garantire una discendenza ai loro mariti.

Le origini del culto di Diana
Ancora oggi gli storici si dividono sulle origini del culto della dea della caccia: alcuni indicano un'origine endemica, altri lo associano alle tradizioni dei popoli italici che popolavano le aree appenniniche. Altri ancora sono convinti che il culto di Diana sia un fenomeno venuto da lontano e più precisamente dalla Crimea, dove era venerata Artemide (detta anche Diana Taurica). Al di là delle teorie sulla nascita del culto, l'aspetto più sorprendente resta quello legato alle analogie tra i riti qui perpetrati e quelli appartenenti alla tradizione celtica. Il tempio che affacciava sul lago doveva essere maestoso, organizzato su almeno due livelli terrazzati e raggiunto direttamente dalla Via Sacra, la principale arteria del Foro Romano, a testimonianza dell'importanza del luogo. Oggi, di questo posto resta molto poco, eccezion fatta per l'ara sulla quale venivano officiati i riti in onore di Diana, che pare corrisponda al luogo in cui stazionava il Re del Bosco. Secondo la leggenda, infatti, nel bosco sacro cresceva un albero vicino al quale sostava un uomo con in pugno una spada. L'uomo era un sacerdote e al contempo un re e sorvegliava l'albero sacro giorno e notte. La leggenda vuole anche che qualora qualcuno avesse spezzato un ramo e avesse colpito a morte il re, avrebbe potuto prendere il suo posto. Ed è proprio questa leggenda a mostrare strane assonanze con la mitologia celtica. Nella cultura nord europea la dea Dana (spesso indicata anche col nome di Danu), madre degli dei, possiede le stesse caratteristiche di Diana e l'avvicendarsi del re-sacerdote alla protezione dell'albero richiamava l'avvicendarsi delle stagioni e dei cicli naturali che fanno da sfondo a molti racconti di origine celtica. Anche i Romani, che erano soliti assimilare gli elementi culturali dei popoli che sottomettevano, ritenevano sacro questo albero e il sacro fuoco delle Vestali del Foro, non a caso era alimentato proprio con legno di quercia. Gli stessi celti ritenevano sacra la quercia, ancor di più se sull'albero in questione cresceva del vischio: crescendo sui rami più alti, esso rappresentava il naturale collegamento tra il cielo e la terra e quindi fra il mondo divino e quello terreno.

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12/07/2018
Bosco Sacro di NemiIl culto di DianaCastelli Romani

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