Curiosità su Roma: Il monte dei cocci a Testaccio

Quando si crede di conoscere Roma, di aver visto tutto della capitale italiana, si resta puntualmente sorpresi da luoghi meno conosciuti ma che sono così ricchi di storia da lasciare increduli. Sembra che Roma non finisca mai di raccontare se stessa, attraverso una strada, un vicolo, una piazza o una collina. È esattamente quello che succede a chi si trova dalle parti di uno dei quartieri storici di Roma, Testaccio.

La storia del Monte dei Cocci deve essere raccontata, così come merita una visita questa collina letteralmente creata da pezzi di antiche anfore romane.
La storia del Monte dei Cocci a Testaccio
Il nome del Monte Testaccio ha un'etimologia antica: il termine Testaccio deriva da una parola latina, "testa", che significava coccio. In un vocabolo, dunque, è racchiusa tutta la storia di questa collina che si trova nel cuore di Roma, nei pressi dell'antichissimo porto di Ripa Grande, lo scalo fluviale di Roma, dove venivano caricate e scaricate le merci che arrivavano dall'estero, transitando da Fiumicino.
Il Monte dei Cocci è la collina artificiale più alta della città. Ha un perimetro di circa un chilometro e si compone di milioni di frammenti di anfore, cocci appunto, risalenti a un periodo importante della storia di Roma antica.
Questa zona era una vera e propria discarica, dove si gettavano le anfore che non potevano essere riciclate in altro modo. I cocci venivano disposti ordinatamente in vari strati; se vi trovate sulla collina, sappiate che sotto i vostri piedi ci sono i resti di più di cinquanta milioni di anfore che contenevano olio.
Dopo il viaggio in mare, sulle antiche navi romane, le anfore arrivavano al porto di Fiumicino e attraverso il Tevere giungevano fino al porto di Ripa Grande, nei pressi del ponte Sublicio. Si provvedeva a svuotarle, per cui l'olio che contenevano finiva al mercato capitolino.
I contenitori di terracotta venivano invece trasportati a Testaccio, e accatastati al Monte dei Cocci, nell'area compresa tra la riva sinistra del Tevere e le mura aureliane. La zona ha un perimetro di circa 700 metri, è ampia 22.000 mq e si innalza per cinquanta metri in altezza.

La domanda più ovvia è: perché le anfore che contenevano il vino non venivano portate al Monte dei Cocci? Perché solo le anfore olearie? La risposta è stata data dagli archeologi, che hanno rivelato che le anfore da olio non potevano essere riutilizzate. Infatti la parte interna di ciascun contenitore veniva irrimediabilmente rovinata dall'olio, che rendeva le anfore inadatte al trasporto di qualunque altro prodotto alimentare.
Le regole igieniche a cui i romani sottoponevano i cibi erano particolarmente severe. L'obiettivo era scongiurare la proliferazione di patologie legate alla cattiva conservazione degli alimenti.
Grazie a queste norme oggi avete la possibilità di percorrere i viali della collina, alla scoperta di tracce di un passato ricco di storia, tuttora visibili a chiunque scelga di fare una passeggiata da queste parti.
Si tratta infatti di un periodo significativo in quanto il Monte dei Cocci si è formato e consolidato nel momento di crisi dell'Impero romano. Le importazioni di olio dalla Spagna e dall'Africa subirono infatti una riduzione, motivo per cui il monte si fermò all'altezza attuale, verso il III secolo dopo Cristo.
Gli archeologi sono riusciti a datare con precisione i reperti: i romani iniziarono ad accumulare i detriti intorno al 140, fino alla metà del III secolo dopo Cristo. Le anfore che furono gettate nella discarica erano olearie, e provenivano dall'Andalusia. Per la maggior parte erano infatti contenitori che arrivavano dalla Betica, una provincia di Roma nel sud della Spagna; solo un quarto delle anfore giungeva dall'Africa occidentale.

Ma come si è compattata questa montagna di cocci? Ci si potrebbe domandare per quale motivo non è mai franata su se stessa. È stata la calce presente sui cocci a favorire questo piccolo miracolo. La calce infatti veniva utilizzata per scongiurare la decomposizione dell'olio. Allo stesso tempo ha cementato i frammenti tra loro, rendendo il monte una collina stabile.
Man mano che la discarica cresceva in altezza, si poneva il problema di come raggiungere la sommità per accatastare altro materiale. I romani, che erano grandi architetti e ingegneri, costruirono una rampa e due vie che consentivano ai carri, carichi di anfore e cocci, di arrivare in cima.
È proprio sui resti delle anfore spaccate che sono state rinvenute le informazioni che hanno permesso di datare il periodo in cui si è formato il monte e di sapere da dove arrivavano le mercanzie. Sulla maggior parte di esse c'era il marchio di fabbrica; altre avevano impressi i tituli picti, ossia delle informazioni tracciate con un pennello che si riferivano all'identità del commerciante che esportava la mercanzia, al contenuto delle anfore, ai controlli a cui era stato sottoposto il carico.

In seguito il Monte dei Cocci è diventato un luogo che ha ospitato scenari completamente diversi. La sua memoria è legata al Ludus Testaccie: si trattava di una celebrazione sul genere del carnevale, le cui prime tracce risalgono al 1256, quando era papa Alessandro IV.
I giochi durarono fino al 1470 ed erano particolarmente crudeli: i partecipanti alla festa si divertivano a lanciare gli animali dal monte; venivano sacrificati maiali, cinghiali e tori che poi i lusores trafiggevano, per ucciderli e mangiarli. Era una gara molto combattuta per impossessarsi per primi della carne delle bestie.
Nel XVII secolo lo scenario cambiò totalmente. Nel 1670 infatti, due signori romani, Domenico Coppitelli e Pietro Ottini, acquistarono circa duecento canne di terra, per motivi commerciali. Crearono dei grottini dentro al monte, per adibirli a cantine e osterie.
La pratica prese piede e in tanti aprirono locande dove la gente poteva bere e mangiare. Oggi quei grottini ospitano ristoranti, anche molto eleganti, in cui è possibile assaggiare le specialità testaccine.
Nel corso del XX secolo, e precisamente durante il secondo conflitto mondiale, sul Monte dei Cocci venne allestita una batteria antiaerea dotata di cannoni, che in seguito fu smantellata. Passeggiando sulla collina potrete riconoscerne i resti ancora visibili.
Se arrivate fino alla cima del Monte dei Cocci vi imbatterete in una croce. Qui terminava la via Crucis che partita da un edificio ormai scomparso nei pressi della Bocca della Verità.

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03/12/2018
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